La pelletteria di Firenze aumenta più del 40% il proprio export verso i Paesi extra-Ue

I dati del terzo Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani

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Un 2011 che per i per i distretti è risultato essere in bilico  fra stasi e ripresa, buono l’andamento dell’export che in alcuni ambiti ha un grande risveglio, calano le aziende che riducono l’organico, si investe, anche  se gli imprenditori evidenziano precise criticità, come la difficoltà di recupero dei crediti e la difficoltà a ottenere finanziamenti a causa della crisi finanziaria e puntano sulla sostenibilità.

Sul 2012, però, le imprese sono pessimiste: il problema occupazione si accentuerà. Questi, in estrema sintesi, gli elementi emersi ieri durante la presentazione dei risultati del 3° Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani realizzato attraverso il lavoro congiunto della Federazione dei Distretti Italiani, coordinatrice dei Rapporti annuali, con Unioncamere, Intesa Sanpaolo, Banca d’Italia, Censis, Cna, Confartigianato, Confindustria, Fondazione Edison, Fondazione Symbola e Istat, cioè tutti coloro che lavorano sulle dinamiche distrettuali.

Il 3° Rapporto ha messo sotto la lente d’ingrandimento 101 distretti, dove operano 283mila aziende, con circa 1,4 milioni di addetti, che rappresentano il 30% del totale manifatturiero. Di questi, il 38% coinvolge il settore tessile-abbigliamento, il 22% l’arredo-casa, il 12% l’agroalimentare, il 26% l’automazione e la metalmeccanica, il 2% la cartotecnica-poligrafici e l’1% la cultura.

Il 3° Rapporto dell’Osservatorio Nazionale Distretti Italiani segnala che sul fronte produttivo nel 2011 sono stati registrati miglioramenti rispetto all’anno precedente. In particolare, secondo il Centro Studi di Unioncamere, la quota di aziende distrettuali che ha segnalato un incremento del fatturato, rispetto al 2010, è passata dal 34,3% al 39,9%, facendo meglio, peraltro, rispetto alle aziende manifatturiere collocate al di fuori di un distretto industriale (37,2%). Sembrano fare meglio rispetto alla media generale, i distretti della meccanica (nel 42,6% dei casi le imprese hanno dichiarato più fatturato), quelli del Nord Ovest (45,3%) e del Centro (45,5%) e le imprese esportatrici (41,2%).
Parallelamente, però, cresce anche la quota di aziende che nel 2011 ha dovuto fare i conti con un calo del fatturato (dal 19,3% al 26%). I problemi riguardano soprattutto le micro imprese. Denunciano un calo di ordini e sono fortemente indebitate con il sistema bancario.

Come emerge dal contributo di Intesa Sanpaolo per il 3° Rapporto, inoltre, se ci si concentra sulla distanza rispetto ai livelli pre-crisi, si nota come solo il settore alimentare sia già oltre i valori di fatturato del 2008. Tutti gli altri settori di specializzazione distrettuale sono lontani, con punte molto elevate nei distretti del sistema casa (mobili ed elettrodomestici), penalizzati dalla debolezza del mercato interno e dalle criticità presenti nel mercato immobiliare di molti importanti sbocchi commerciali esteri. Anche sul fronte della redditività il biennio 2010-11 ha rappresentato un anno di ripresa solo parziale. Il Roi, pur rafforzandosi, è rimasto distante dai livelli del 2008. Le imprese non sono riuscite a ripartire su una base sufficiente di fatturato i costi fissi, come il costo del lavoro e gli ammortamenti. Tra le specializzazioni distrettuali con margini contenuti e con deboli segnali di recupero, dopo il forte ridimensionamento del 2009, spiccano ancora una volta i distretti del sistema casa.

Sempre Intesa Sanpaolo mette in luce come il recupero emerso nei valori mediani di redditività e crescita non si sia tradotto in un ridimensionamento significativo della dispersione dei risultati, che sono rimasti molto polarizzati. In termini di variazione del fatturato, il differenziale tra imprese migliori e imprese peggiori si è addirittura ampliato. Nel 2010, infatti, la mediana della crescita del fatturato delle imprese distrettuali migliori è stata pari al 48,3%, mentre la mediana della variazione del fatturato delle imprese peggiori è stata pari al -24,4%, con uno scarto di quasi 73 punti percentuali (rispetto ai 57 punti del 2009).

L’occupazione nei distretti continua ad essere un nodo intricato. Tra il 2008 e il 2009 nei territori si sono persi circa 92.000 posti di lavoro. Sotto questo profilo, come rileva il contributo della Banca d’Italia, a partire dal 2007 e per tre anni consecutivi, il tasso di occupazione rilevato dall’Istat è calato nei distretti di tutte le aree geografiche in misura maggiore rispetto alle aree non distrettuali (il calo è stato superiore all’1% nel Centro-nord e del 3% nel Sud). La riduzione di addetti ha colpito soprattutto le piccole imprese (10-49 addetti), dove si concentra il 32% dell’occupazione. Dall’indagine Unioncamere contenuta nel 3° Rapporto il quadro del 2011 risulta grave ma con segnali positivi rispetto al 2010. Le aziende che dichiarano di aver ridotto l’organico sono pari al 25,6% (era il 28% nel 2010) contro il 19% che rileva un aumento dell’occupazione (12% nel 2010). Ciò che preoccupa particolarmente, però, sono le previsioni per il 2012: le imprese che immaginano un calo dell’occupazione sono pari al 25%, contro soltanto il 6% che ne prevede un aumento. Questi dati risultano ancora più allarmanti nell’indagine Censis, dove il 43% degli intervistati prevede una diminuzione degli addetti e soltanto il 2,5% un aumento.

Il problema occupazionale nei distretti è il segnale di una molteplicità di fattori: difficoltà di creare vere opportunità di lavoro per le giovani generazioni; carenze del sistema di formazione che non permette il rafforzamento delle competenze professionali; una cultura d’impresa non sempre all’altezza di affrontare la crescente complessità dei mercati.

L’export resta il fattore di maggior dinamismo dei distretti. Aumenta con continuità. La percentuale delle imprese di distretto che ha segnalato incrementi delle vendite all’estero è passata dal 32,8% di fine 2010 al 38,1% di fine 2011.
Le aziende distrettuali si aprono sempre di più ai processi di internazionalizzazione. Il 78% di quelle interpellate da Unioncamere, infatti, opera all’estero, a fronte del 68% di altre imprese non distrettuali prese a confronto nell’indagine. Non solo, secondo uno studio della Banca d’Italia contenuto nel 3° Rapporto, nel 2011 l’export distrettuale ha superato (di circa mezzo punto) la media nazionale. In poche parole, si esporta più nei distretti che fuori dei distretti. Tanto che ben 48 realtà territoriali hanno superato i livelli di export registrati nel 2008 (finora l’anno record). In sostanza, gli sbocchi dei mercati esteri sono l’elemento che consente a gran parte dei distretti di contrastare la stagnante domanda interna.

Gli incrementi dell’export risultano più diffusi nei distretti della moda, dell’arredamento, dell’alimentare,dell’automazione, in quelli del Nord Est e nelle aziende di maggiori dimensioni. Un ulteriore elemento da sottolineare in questo quadro è la propensione di molte imprese ad allungare lo sguardo oltre i mercati più vicini. Non a caso, l’anno passato è stata riscontrata una riduzione del numero di aziende distrettuali operanti nel vasto mercato europeo (dal 55,8% del 2010 si passa al 48,7%), a fronte di uno sviluppo del numero di imprese operanti nei “nuovi” mercati, tale da registrare un aumento del 13,6% tendenziale.  Secondo i dati della Fondazione Edison, l’export verso i Paesi Ue dei distretti, pari a 27,7 miliardi di euro, è aumentato dell’8,3%, mentre quello verso i Paesi extra-Ue, pari a 23,8 miliardi di euro, risulta in crescita del 15%.

Straordinaria la performance conseguita in Cina, dove i distretti hanno toccato la cifra record di 606 milioni di euro di esportazione, erano 483 nel 2010. Molto bene è andata anche la Russia (+20,6%), mentre inizia ad acquisire un ruolo maggiore un altro Bric, il Brasile, dove le esportazioni, guidate dai distretti della meccanica, hanno raggiunto i 173 milioni di euro (dato Intesa Sanpaolo). In crescita anche Romania, Polonia, Arabia Saudita, Algeria, India e Usa.
In termini numerici, sono ben 84 i distretti che nei primi nove mesi del 2011 hanno aumentato il proprio export verso i Paesi extra-Ue. Tra le performance migliori, superiori al 40% di incremento, si segnalano le macchine industriali di Treviso, le macchine utensili di Rimini, la pelletteria di Firenze, il tessile-abbigliamento di Perugia, gli insaccati di Modena.
Sei distretti, invece, hanno messo a segno incrementi dell’export superiori al 30%: le macchine industriali di Vicenza, Bologna e Brescia, la carta di Lucca, il tessile-abbigliamento di Lecco e della Valsesia.

Parallelamente, i distretti che nei primi nove mesi del 2011 hanno visto aumentare il proprio export verso i mercati dell’Unione europea sono 83. Per 6 di questi l’incremento è stato superiore al 30%: le pietre ornamentali di Pietrasanta, l’elettronica dell’Etna Valley, gli oli di Lucca, le macchine industriali di Brescia, Bergamo e Varese. Altri 12 distretti hanno messo a segno un progresso del proprio export superiore al 20%. Tra questi, le calzature del Brenta Padovano e di Casarano-Tricase, il tessile-abbigliamento di Biella, la rubinetteria di Omegna e di Lumezzane, le macchine industriali di Vicenza e Treviso, le pompe di Reggio Emilia, gli articoli in gomma e materie plastiche di Alessandria.
Ma c’è anche chi vede perdere terreno sul fronte dell’export rispetto al 2010. Precisamente, sono 18 i distretti coinvolti in questa inversione di tendenza. Svettano le piastrelle di Sassuolo, la rubinetteria del Lago d’Orta, gli apparecchi domestici di Treviso e Ancona, i mobili di Cantù, i divani delle Murge, gli aeromobili di Vergiate e le macchine industriali di Padova.

Il 2011 ha visto, nel complesso, un considerevole ampliamento della quota di aziende distrettuali che hanno dichiarato di avere effettuato nel corso dell’anno nuovi investimenti produttivi, passata dal 37,3% del 2010 al 57,5%, mentre il 33% prevede di ricorrere al credito per sostenere nuovi investimenti nel 2012. Un numero maggiore di imprese ha quindi ripreso a pianificare e impiegare risorse per la modernizzazione. Colpisce, pertanto, il fatto che ben il 30,4% delle aziende di distretto interpellate da Unioncamere per il 3° Rapporto ha affermato di avere incontrato difficoltà di accesso al credito negli ultimi 6 mesi e che, in molti casi, tali difficoltà si sostanziano in tassi più onerosi (indicati nel 36% dei casi).
Le banche, comunque, in linea generale si stanno sforzando di riattivare il dialogo di conoscenza con i territori, aggiungendo nelle loro valutazioni elementi qualitativi.

Secondo un’indagine di Unioncamere contenuta nel 3° Rapporto, il 22% (era l’8% nel 2010) delle aziende distrettuali analizzate dall’Osservatorio prevede la riduzione della produzione nel corso del 2012, quasi un terzo si attende un calo degli ordini interni e un quarto la contrazione della base occupazionale. Inoltre, rispetto ai dati del Rapporto 2010, si è ridotta la percentuale di chi prevede un incremento della produzione (dal 22,9% al 18,2%). Il pessimismo traspare anche dall’indagine Censis (interviste a 58 imprenditori e 72 rappresentanti delle strutture intermedie operanti all’interno di 34 distretti): il 67% degli imprenditori contattati ritiene che il distretto in cui opera sia in una fase di ridimensionamento (era il 58% nel 2010), mentre il 30% parla di tenuta e il 3% rileva una crescita. Rimane comunque elevato da parte dei distretti il grado di reazione agli eventi critici, tanto che alcuni di loro registrano performance di gran lunga superiori alla media del settore. La loro originalità di percorso e la loro vitalità restano esclusive. E’ dimostrato, inoltre, che governance efficienti influenzano in maniera determinante le performance delle imprese di distretto. In particolare, un’analisi elaborata da Confartigianato e contenuta nel 3° Rapporto evidenzia l’esistenza di una correlazione positiva tra condizioni ambientali offerte dal territorio per “fare impresa” e capacità di produrre ricchezza. L’Indice della Qualità della Vita dei Distretti mostra anche quest’anno una forte correlazione positiva con il Pil pro capite, rivelando che la creazione da parte dei territori di migliori condizioni per la vita dell’impresa costituisce una condizione essenziale per aumentare la ricchezza del territorio. Viceversa, i “cattivi contesti” rallentano la crescita e non consentono alle risorse pubbliche destinate al territorio di innestare il volano dello sviluppo, depotenziando i processi di creazione di valore.

La diffusione delle tecnologie verdi nei distretti appare come un fenomeno in costante diffusione, che probabilmente porrà il Paese all’avanguardia da questo punto di vista. Più di un terzo delle aziende distrettuali ha realizzato o realizzerà a breve investimenti in tecnologie verdi, tanto che il tema della sostenibilità sta cambiando l’aspetto e l’organizzazione produttiva di molti territori. Se è vero, infatti, che nella maggior parte dei casi (53,8%) i nuovi investimenti verdi delle aziende distrettuali riguardano impianti e tecnologie per la riduzione dei consumi energetici, una quota altrettanto rilevante, pari al 30,5% delle imprese, intende procedere a modifiche sugli impianti al fine di ridurre l’impatto ambientale. Il 15,7%, infine, intende adottare nuove tecnologie per la realizzazione di prodotti ecocompatibili.

Il 3° Rapporto prende in esame i distretti “verdi” del Veneto, laddove sono localizzate 35.200 aziende (il 10% a livello nazionale, il 24,3% del totale regionale) che negli ultimi quattro anni hanno investito in tecnologie a maggior risparmio energetico e/o a minor impatto ambientale. Si va dai distretti più “tradizionali”, come la concia di Arzignano, fino a quello delle energie rinnovabili di Belluno, passando per il distretto Refricold (che punta sulla produzione di frigoriferi e climatizzatori dall’elevato risparmio energetico), arrivando a quelli incentrati sui beni culturali e ambientali nel campo della bioedilizia e della riconversione in chiave green della filiera del legno.
Chiara Mio, dell’Università Cà Foscari di Venezia, ha invece mappato lo stato dell’arte delle politiche di sostenibilità di 43 distretti italiani (rappresentativi delle 4A del Made in Italy: abbigliamento-moda, agroalimentare, arredo casa, automazione-meccanica), indagando su: conoscenza del tema, consapevolezza della rilevanza ai fini del posizionamento strategico aziendale e distrettuale, adozione di pratiche di responsabilità sociale nell’agire dei soggetti istituzionali e aziendali, aspetti sociali interni ed esterni.

E’ emerso, in particolare, un fatto emblematico. Interpellati sui benefici che si attendono dall’introduzione di pratiche di sostenibilità, i vertici distrettuali hanno segnalato una non sufficiente attenzione manifestata dalle banche nei confronti di questi fenomeni. In poche parole, la sostenibilità non è un elemento “pesante” in sede di contrattazione con un istituto di credito.  Alla complessità della fase congiunturale, i distretti stanno rispondendo con soluzioni articolate, rompendo almeno in parte con gli schemi del passato. Stanno cambiando e continueranno a cambiare, allentando alcuni legami interni, abbandonando alcune produzioni, ridefinendo i legami e i rapporti lungo la filiera produttiva in cui si innervano, generando imprese leader spesso poco collegate con la singola dimensione locale.

I distretti si configurano, in questo modo, non più solo come luoghi di produzione governati da meccanismi rigidi e ripetitivi imposti per lo più dal mercato, ma sistemi che necessitano di una visione culturale aperta e di una manutenzione continua delle competenze e dei valori di riferimento, sia della classe imprenditoriale, sia della forza lavoro. Emerge così un quadro in movimento, fatto di territori in cui la produzione organizzata in filiere, lunghe o corte, e il sistema delle reti assumono un valore sempre più profondo. I fenomeni di cambiamento più rilevanti nei distretti e nelle aziende distrettuali individuati dal Censis per il 3° Rapporto risultano essere: la diffusione della cultura della responsabilità sociale;  il rafforzamento delle reti di subfornitura, le quali si stanno allungando, andando ben oltre i confini del territorio, con le finalità di razionalizzare i costi e acquisire le migliori competenze; l’innovazione che si moltiplica e assume aspetti diversi, non più fondata esclusivamente sull’elevata qualità del prodotto, ma su modi nuovi di dialogare con il cliente finale; il ruolo delle imprese leader, sempre più impegnate a controllare anche funzioni tipicamente terze rispetto al core business; la crescente attenzione verso tutta la componente commerciale, finalizzata ad un contatto più efficace e diretto con il cliente, ovunque esso si trovi; la presenza sempre più frequente di riconversioni produttive, totalmente differenti da quelle originarie e quindi anche l’emergere di nuove specializzazioni; l’operatività sui mercati esteri, che richiede l’acquisizione di nuove competenze professionali; il mantenimento di elevati livelli competitivi impone, anche alle imprese più piccole, un processo di modernizzazione attraverso l’inserimento di funzioni di intelligence.

Fonte: Italian Network

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